La notte in cui Piazza Mascheroni diventò un cinema
Io sono Piazza Mascheroni e da tredici anni, quando arriva l’estate, mi succede una cosa piuttosto strana.
Una metamorfosi. Mi trasformo.
Non che normalmente abbia qualcosa contro il fatto di essere una piazza. Mi piace stare qui, a Bergamo, con le mie case intorno e le persone che mi attraversano ogni giorno senza quasi accorgersi di me. Ho imparato a conoscere il rumore dei passi, il modo in cui cambia la luce sulle pietre durante le ore del giorno, le voci di chi si ferma a parlare e quelle di chi invece passa in fretta. Ho visto bambini correre verso di me e poi, qualche anno dopo, attraversarmi con la fretta degli adulti. Ho visto persone innamorarsi.
Prima di Food Film Fest ero già una piazza e pensavo che sarei rimasta tale per sempre.
Poi un giorno sono arrivati quelli lì.
Ricordo ancora il loro primo arrivo. Portavano sedie, cavi, luci, schermi e una quantità sorprendente di preoccupazioni. La più grande riguardava il cielo.
La grande capa continuava a guardarlo come se, con insistenza da picchio bergamasco, potesse convincere le nuvole a cambiare strada. Il direttore taceva, come sempre, guardando il cielo e la capa, con quell’espressione a metà tra Tognazzi e uno che la sa lunga. Scusate se è poco.
Quella prima sera non piovve.
La pioggia è diventata una specie di ospite del Festival, uno di quelli che nessuno invita ma che alla fine conoscono tutti. Una volta, ricordo, è arrivata con una tale precisione che ho pensato avesse consultato il programma. C’erano Valentina Cortese e Vittorio Sgarbi.
Eppure, quasi sempre, le persone sono rimaste.
È questo che mi ha colpito più di tutto in questi tredici anni: la scelta del pubblico di rimanere quando sarebbe stato molto più comodo andarsene. Restare sotto la pioggia per vedere come va a finire una storia è poesia. Forse perché le piazze conoscono bene l’attesa.
Io ho aspettato generazioni. Ho visto persone partire e altre arrivare, ho visto case cambiare colore, negozi aprire e chiudere, stagioni tornare ogni anno con la loro ostinata puntualità. So che aspettare significa credere che qualcosa possa ancora accadere. E il percorso, come ben raccontava il grande regista Ermanno Olmi, è la vera soddisfazione, ancor più dell’arrivo. Lo sanno bene quelli che da tredici anni raccontano di food ma soprattutto di slow e hanno* *nel loro logo una simpatica lumachina.
Durante Food Film Fest qualcosa accade sempre.
Non necessariamente sullo schermo. A volte accade accanto. Accade quando una persona che è venuta da sola finisce per parlare con chi le è seduto vicino. Accade quando qualcuno ride e la sua risata contagia tutta la fila. Accade quando un film finisce e nessuno ha voglia di parlare subito, perché ci sono immagini ed emozioni che hanno bisogno di qualche minuto per trovare un posto dentro di noi.
Io quei minuti li adoro.
In tredici anni ho visto passare storie da ogni parte del mondo. Ho visto terre lontane entrare nella mia piazza attraverso uno schermo e persone che non avrebbero mai avuto occasione di incontrarsi, condividere per qualche ora lo stesso cielo. Ho visto mani raccogliere frutti, impastare pane, lavorare la terra, preparare cibo, apparecchiare tavole. Ho visto famiglie, comunità, tradizioni e conflitti raccontati attraverso qualcosa che tutti conosciamo e che, proprio per questo, forse non smetteremo mai di scoprire: il cibo.
Un pane può raccontare una guerra, una migrazione, una famiglia, un mestiere. Un formaggio può raccontare una montagna e il lavoro di chi la abita. Un bicchiere di vino può contenere un territorio intero. Una ricetta può attraversare generazioni senza perdere il ricordo di chi l’ha preparata per la prima volta.
Il cinema fa una cosa simile. Prende una storia e la porta altrove. La sottrae al tempo e la consegna agli occhi di qualcuno che magari non avrebbe mai potuto incontrarla.
La metamorfosi, il tema di quest’anno, la conosco. Ogni estate mi accade.
Il giorno prima sono ancora una piazza come tutte le altre. Poche ore dopo si accendono le luci sul palco e poco alla volta le persone prendono posto. Sento una vocina che comanda, mi sembra si chiami Alice. Va veloce, a volte troppo, ma chi non le sta accanto perde il filo e ha ragione lei, mica si può ascoltare proprio tutti.
Quando lo schermo si illumina, qualcosa cambia. Non so dire esattamente che cosa, ma a quel punto non sono più soltanto Piazza Mascheroni.
Sono un grande spazio di idee. Sono un cinema. Ma la trasformazione più importante riguarda chi si siede davanti allo schermo.
Questo l’ho capito negli anni, guardando le persone. Partecipano con le loro convinzioni, con le loro giornate di sì/no, con le cose che pensano di sapere e con quelle a cui non hanno mai pensato. Poi per un’ora guadagnano una storia che appartiene a qualcun altro e, senza accorgersene, lasciano che quella storia faccia un piccolo viaggio dentro di loro. Vince chi ha più curiosità. Cosa vince? Il desiderio di averne ancora di più.
A volte cambia qualcosa. Non molto. Non subito. Forse cambia soltanto il modo in cui guarderanno un campo, un alimento, un contadino, una tavola, una persona incontrata per strada.
Ma cambia. E io penso che sia questa la metamorfosi più bella, quella che non si vede mentre accade e che provoca domande.
Una domanda, se arriva nel momento giusto, può cambiare una persona. Poi arriva l’ultima sera.
Le persone rimangono un po’ più a lungo, come se sapessero che è l’ultima occasione. Gli applausi sembrano avere qualcosa di diverso e anche i saluti durano un po’ di più. C’è chi vince, ma nessuno perde. E, scusate ancora se è poco.
Cominciano a smontare. Prima spariscono le luci, alla fine se ne va anche lo schermo.
Ed è allora che torno a essere semplicemente una piazza. Solo che non è mai proprio vero, perché io conservo tutto.
Conservo le voci di chi è passato, le risate, le discussioni, le storie ascoltate senza capire tutte le parole, i film che hanno fatto pensare e quelli che hanno fatto discutere. Conservo soprattutto le persone che, per qualche ora, hanno guardato nella stessa direzione.
E quando il Festival finisce, non mi sento vuota.
Aspetto l’anno dopo. Aspetto che tornino “quelli lì” insieme a quella piccola grande agitazione che precede ogni inizio. Aspetto il pubblico, aspetto persino la pioggia.
E poi, un giorno, il Festival torna davvero.
Le persone cominciano ad arrivare e io riconosco molti volti. Qualcuno è cambiato, qualcuno manca, qualcuno porta con sé un bambino che tredici anni fa non esisteva ancora.
Le sedie si riempiono. Le voci si abbassano. Le luci si spengono. E per un istante, prima che cominci il film, succede qualcosa che io aspetto ogni volta con la stessa curiosità della prima sera.
Tutta la piazza guarda nella stessa direzione. È come se il vento tirasse verso lo schermo e ognuno degli spettatori avesse la sua vela e affrontasse il mare dei racconti con la propria capacità.
In quel momento penso che forse è questo che Food Film Fest mi ha insegnato in questi tredici anni: che una piazza può diventare un cinema, che un cinema può diventare una finestra sul mondo e che una storia, quando trova qualcuno disposto ad ascoltarla, può diventare molto più di una storia. Può diventare memoria. Può diventare consapevolezza. Può diventare cambiamento.
Io sono Piazza Mascheroni.
E questa è la mia estate.
Adesso, se non vi dispiace, stanno arrivando le sedie. E mi pare che lassù, verso la città ancora più alta, ci sia una nuvola.
Vediamo se, dopo tredici anni, avete finalmente imparato a non guardare il cielo.
Dietro lo schermo
Food Film Fest prende vita in Piazza Mascheroni, ma il lavoro comincia molti mesi prima. PEO ne cura l’identità e la comunicazione, ricerca i sostenitori e segue l’organizzazione, la produzione, l’allestimento e la regia.
Scopri la storia del Festival e tutto ciò che serve per trasformare, ogni estate, una piazza in un cinema.